Rosa Carnevale
Gli anni Settanta, a detta di molti, non sono mai finiti. Anche chi non c’era potrebbe dire in qualche modo di averli vissuti. Almeno di riflesso. I Settanta sono molto più di un semplice decennio. Gli eventi trascorsi tra il 1969 e il 1980 hanno segnato in maniera definitiva la storia recente del nostro Paese, tanto da non poter più guardare avanti senza dover tornare sempre lì, a quegli anni che a volte sembrano avere la pretesa di diventare eterni.
Quella con il “decennio lungo del secolo breve” sembra una partita destinata a rimanere aperta. Per questo dare l’addio agli anni Settanta senza nostalgia, senza rimpianti è un’impresa difficile o addirittura impossibile. A Milano, a palazzo Reale ci provano con una mostra, Addio anni 70. Arte a Milano 1969-1980, curata da Francesco Bonami e Paola Nicolin. Un percorso espositivo che è solo una delle letture possibili di quel decennio, con più di sessanta artisti che hanno fatto la storia dell’arte a Milano.
Tetsumi Kudo, Votre Portrait, 1970-74 tecnica mista, Collezione Massimo e Francesca ValsecchiPiena di creativi entusiasmi e teatro di irrimediabili tragedie, la città meneghina negli anni Settanta è il centro culturale oltre che economico d’Italia. Milano è in pieno fermento politico, come dimostrano le fotografie di Gabriele Basilico al Festival del Proletariato giovanile al Parco Lambro (la Woodstock d’Italia) o quelle di Carla Cerati ai funerali di Roberto Franceschi, giovane leader del Movimento Studentesco, morto durante alcuni scontri con la Polizia. In molti scendono in strada con la macchina fotografica per documentare una quotidianità instabile e fuggente ma c’è chi sceglie altre vie e linguaggi artistici.
Dalla pulizia formale delle tele monocrome di Enrico Castellani alle coloratissime gabbie-ritratto del giapponese Tetsumi Kudo, passando per le installazioni del Restaurant Spoerri. Nelle sale di Palazzo Reale le fotografie con la simulazione della caduta del manichino dell’anarchico Pinelli dalla finestra della Questura di Milano, opera di Massimo Vitali, convivono con i colori pop delle tele di Valerio Adami. C’è tutta la schizofrenia di un’epoca (dalla Milano del terrorismo alla Milano da bere) in questa passeggiata tra artisti così lontani e diversi.
Gianfranco Baruchello, Ciclinprop centralizzato in ambiente ostile, 1974, assemblaggio in scatola di legno, Courtesy Galleria MilanoPer questo il percorso non rispetta schemi cronologici rigorosi ma privilegia la fluidità, le libere associazioni e i tragitti irregolari in una Milano che sembra essere caleidoscopica. La stessa Piazza Duomo si trasforma e cambia aspetto più volte nelle fotografie in mostra. Ugo Mulas ce la mostra piena di uomini e donne che si accalcano sotto la pioggia per i funerali dei morti di Piazza Fontana nel 1969, ma solo un anno dopo tocca a Berengo Gardin immortalarla avvolta nella nebbia, silenziosa e surreale con il monumento a Vittorio Emanuele impacchettato da Christo.
Christo, Wrapped monument to Vittorio Emanuele (project for Milano, Piazza Duomo), 1970, tecnica mistaOgni opera è una voce e un racconto a sé stante, ogni scorcio sull’epoca è un frammento di un mosaico scomposto. La discontinuità tende a disorientare lo spettatore. Proprio come cerca di fare l’installazione Bariestesia di Gianni Colombo, un itinerario praticabile fatto di scalini disequilibrati. A salirli e scenderli si prova un lieve senso di sbandamento. Un po’ come succede a riflettere su una mostra così piena, con le opere che si affastellano sulle pareti come per un forte senso di horror vacui. A rinchiudere l’intero decennio dentro un unico lavoro ci ha provato solo Alighiero Boetti e forse la sua opera, che apre il percorso espositivo, è anche un punto di arrivo, con la scritta “GLIANNISETTANTA” che campeggia solenne e definita su un fondo fatto di infiniti tratteggi a penna biro. Gli anni Settanta rimarranno per sempre vivi. E forse torneranno in altre mostre. Purtroppo o per fortuna. Nessun addio, quindi. Piuttosto, “arrivederci”.